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Musicoterapia e canto
Dott.ssa ALESSANDRA PASCALI
Svolge attività concertistiche e parallelamente attività di cantoterapia, musicoterapia e didattica del canto.
Ha condotto laboratori espressivo musicali presso il carcere di Rovigo nel 2005,
e presso il carcere di Verona e Treviso nel 2006.Conduce attività didattica (canto moderno e coro) a Padova ed Abano Terme.
E' socia fondatrice dell'associazione MegliOInsieme di Vicenza,
e conduce laboratori espressivo musicali per la famiglia,
in collaborazione con educatori e psicologi dell'associazione stessa.FORMAZIONE
Laureata in lingue e letterature straniere moderne a Padova.
Diplomata in Musicoterapia della Comunicazione a Padova
(master di I° livello, organizzato dall'Università di Padova e dal conservatorio Cesare Pollini).Ha elaborato una tesi sull’uso del canto a scopo riabilitativo.
Ha frequentato numerosi stages, lezioni, convegni e seminari, tra cui:con F.Fussi "Ascoltare e vedere la voce" BL 2007;
con Minton "Improvvisazione corale" Vi 2007;
con F. Fussi - S. Magnani "La voce artistica" Ravanna 2005;
con Rolando Benenzon "Musicoterapia didattica" I livello, To 2005;
con Maria Chiara Paparella "Musica e terapia", Ro 2005;
con Giulia Cremaschi e C. Guyot "Musicoterapia e sordità e disabilità", Pd 2004;
con Chiara Morandin "Metodo Garcìa", Pd 2004;
con Oskar Schindler "Patologia della comunicazione e musicoterapia", Pd 2004;
con Alejandro Saorìn Martinez "Metodo Voice Craft", Pd 2003;
con Roberto Laneri "Il canto degli armonici", Pd 2002;
per info scrivere una mail a pascaj@hotmail.com
www.alessandrapascali.it
[...] “La musicoterapia è una disciplina scientifica che ha come obiettivo quello di instaurare una relazione terapeutica stabile tra musicoterapista e paziente attraverso il canale non-verbale e l’uso del canale corporo-sonoro-musicale, con l’obiettivo di far acquisire al paziente nuove modalità di comunicazione con se stesso, il proprio nucleo famigliare, il mondo esterno, al fine di migliorare la qualità di vita del paziente.” [1] Questa è la definizione che si rifà ad uno dei modelli più accreditati, tra quelli che sono stati riconosciuti a livello mondiale, essa si ispira alle teorie dello studioso argentino Rolando Benenzon. I campi di applicazione della terapia possono essere di tipo preventivo (gravidanza, prima infanzia e scuola), riabilitativo (deficit mentale e/o motorio, plurihandicap) e terapeutico (autismo, psicosi, nevrosi, pazienti oncologici, terminali, in stato comatoso et cetera).
Il termine musicoterapia è un neologismo che descrive un’esperienza vecchia come l’umanità. Da sempre l’uomo ha associato fini terapeutici alle pratiche sonore, anche quando la musica non era ancora stata ordinata in strutture melodico armoniche precise ed organizzate. Gli stregoni percuotevano e danzavano per allontanare le malattie, per integrare il gruppo o per collocarsi in stati di coscienza diversi; la madre culla il suo bambino cantandogli la ninna nanna per farlo passare dallo stato di veglia allo stato del sonno; la gente cantava nei campi per distrarsi e rilassarsi; le liturgie per esempio sono spesso associate a melodie ripetute, che sono una sorta di ipnosi che vuole portare all’introspezione.
Secondo Oscar Schindler, esistono diversi tipi di musicoterapia. Durante il seminario,[2] tenuto dal noto ricercatore presso l’università degli Studi di Padova, lo studioso ha affermato che la musicoterapia può essere impiegata anche come surrogato del farmaco, sia nel caso in cui si voglia determinare un rilassante e calmante “effetto camomilla”, sia nel caso in cui si desideri un risultato eccitante, che risvegli, come nel caso delle marce.
Diversi studi sono stati intrapresi per determinare la relazione tra suono e risposta psico-fisica. Tutt’ oggi non è stato possibile determinare se esiste nel cervello un circuito neuronale adibito alla musica, o se piuttosto la musica viaggia su sistemi che servono anche ad altro. Certo è che essa attiva sistemi neuronali di gratificazione e di emozione simili a quelli stimolati dal sesso, dal cibo e dalle sostanze stupefacenti. Le aree che vengono sollecitate sono: quelle deputate alle ambiguità linguistiche, la corteccia uditiva, il sistema che risponde alle sollecitazioni emotive della voce umana che piange, ed il sistema di controllo motore che immette un ritmo nei nostri muscoli quando camminiamo o balliamo.[3]
Sempre durante il suddetto seminario, Oscar Schindler afferma quali possono essere gli altri scopi della musicoterapia. Uno di essi è quello di educare le funzioni uditive con persone che mostrano difficoltà d’apprendimento, ma anche con persone audiolese. Inoltre si può lavorare per educare la motricità (negli spastici, in chi ha problemi articolatori anche a livello buccale, respiratorio et cetera.), oppure si può “coltivare l’intelligenza” in soggetti down, postencefalitici, traumatizzati cranici, comatosi et cetera.
Spesso l’impiego della musicoterapia prevede la canalizzazione e l’educazione della socialità dei comportamenti e delle emozioni, nei disadattati sociali e in psichiatria. Ad esempio gli strumenti musicali, adottati all’interno di un gruppo, possono essere utilizzati per l’integrazione sociale di tutti i ragazzi nelle scuole, anche considerando il fatto che oggi le classi sono sempre più multietniche. [...]
La musicoterapia, ed il canto ad essa spesso associato, si può definire come un’attività in cui alcune tecniche vengono indirizzate a scopi terapeutici. La differenza tra questo “metodo di cura” e la semplice animazione musicale sta nel fatto che gli specialisti devono essere consapevoli e competenti sugli obiettivi ricercati, sul metodo adottato e sugli elementi tecnici con i quali si lavora. Troppo spesso la musicoterapia viene confusa con la musica New Age che rilassa, o con un banale ascolto di brani che portano alla meditazione e ad una sensazione di relax. Una relazione tra la New Age e la musicoterapia in realtà esiste. Nei brani che appartengono a questo genere musicale spesso vengono utilizzati rumori campionati di ruscelli, onde, fiumi e mari. La voce dell’acqua infatti si può considerare un archetipo sonoro presente nella memoria umana di ognuno di noi. E’ un suono universale ascoltato da tutte le persone, di ogni luogo e di ogni lingua. Questo si può collegare al suono della voce della madre, note che viaggiavano nel liquido amniotico che avvolgeva il feto nel ventre materno. Lo stesso accade con ritmi che ricordano le pulsazioni cardiache o la respirazione. Si tratta sempre di suoni che sono in stretta relazione con la nostra memoria uterina, e che rievoca una situazione di protezione, nutrimento e sicurezza.[4] Ma chi “compone” musica New Age si avvicina solo sfiorando l’immenso universo che riguarda la musicoterapia e spesso questo accade per casi fortuiti e per ragioni speculativo-economiche. L’industria della musica conosce questi dati, la maggioranza dei dischi del settore viene prodotta per vendere e apparentemente ha lo scopo di produrre rilassamento e benessere. Ciò che è sicuro è che la musica non è sterile, essa porta un’infinità di messaggi reconditi, informazioni sonore in grado di evocare emozioni profonde o ataviche. [...]
Esistono oggi cinque diversi modelli di musicoterapia riconosciuti a livello mondiale. Questi metodi sono accompagnati da un cospicuo numero di pubblicazioni, vengono tutti applicati da più di vent’anni e si rivolgono ad un ampio spettro di patologie. [...]
Una prima importante distinzione esiste tra musicoterapia attiva, che prevede l’esecuzione e la produzione musicale, e musicoterapia passiva o recettiva, che si basa sull’ascolto musicale guidato. Alla prima appartengono il modello di Benenzon, quello di Nordoff-Robbins e quello junghiano di Mary Presley, mentre i due metodi di terapia recettiva sono il G. Y. M. (Immaginario Guidato e Misura) e quello comportamentistico nordamericano (Beveral Music Therapy).
La Beveral Music Therapy prevede l’ascolto di brani da parte del paziente. Il terapista chiede di portare una audiocassetta con i brani prediletti che vengono ascoltati insieme e al termine della seduta si chiede al soggetto di esprimersi sulle sue emozioni, sui ricordi o sulle sensazioni provate. Per questa ragione questo modello è stato accettato e riconosciuto a fatica, si tratta piuttosto di una sperimentazione, uno studio sul risultato dato dall’ ascolto di determinate musiche e suoni, inoltre si incoraggia l’uso della parola per comunicare e la musica diventa solo uno strumento, un mezzo.
Per quanto riguarda il metodo Presley, esso è stato considerato come psicoterapia. La seduta è effettuata in gruppo; anche in questo caso viene privilegiato il canale verbale, in quanto ad ogni soggetto viene chiesto di esprimere il suo pensiero e le sue emozioni. Anche in questa situazione la parte sonora della seduta è distinta dalla parte verbale, vengono consegnati gli strumenti e ci si esprime liberamente per 40 minuti.
Il metodo Nordoff-Robbins, di marcata matrice educativo-pedagogica, prevede una seduta di gruppo in cui si imparano diversi ritmi per aiutare i movimenti del corpo e la coordinazione.
Il modello Benenzon è uno dei più apprezzati in tutto il mondo e si rifà al metodo dello studioso sudamericano Rolando Benenzon. In questo caso viene privilegiata la comunicazione non verbale e quindi il codice musicale, quello gestuale, corporale, mimico et cetera. Alla base delle teorie legate a questo modello c’è il concetto dell’ISO, ossia l’insieme degli archetipi sonori propri dell’individuo e le esperienze sonore a lui familiari. L’ISO universale poi è quello che caratterizza tutti gli uomini indipendentemente dal contesto socio-culturale, linguistico, familiare, storico o psicologico (alcuni esempi sono: il suono e il ritmo legato alla respirazione, il battito cardiaco o la voce dell’acqua). Esiste poi l’idea di ISO culturale che accomuna tutti gli individui appartenenti ad una società o le persone che parlano la stessa lingua, e il concetto di ISO gruppale, che si riferisce a gruppi di persone con le stesse affinità musicale latenti, sviluppate in ognuno dei membri.[5]
[1] Da Dispensa divulgativa sui concetti base della musicoterapia a cura di Maria Emerenziana D’Ulisse e Carmen Ferrara, stampata presso l’Associazione Anni Verdi, Roma.
[2] Il seminario è stato intitolato “Patologia della comunicazione e musicoterapia” e ed è stato organizzato per il 5 marzo del 2004 a Padova.
[3] Vedere Musicoterapia e danzaterapia. Disabilità ed esperienze di integrazione scolastica a cura di A. M. Favorini, ed. Franco Angeli.
[4] “Tra le droghe attuali e più pericolose ne esiste una chiamata la pastiglia dell’amore o ecstasy, che quando viene ingerita crea un particolare legame tra la musica che si ascolta e il ritmo interno dell’individuo (la respirazione), per cui ballando certi brani (suonati ad un bit particolare, ad una velocità che sia in armonia col battito del cuore), si prova una sensazione di benessere infinito, e si prova affetto ed amore per tutti.” ha dichiarato L., ex tossico dipendente in cura in un centro di recupero di Assisi.
[5] Il sito di riferimento per l’Italia del centro Benenzon di Torino è www.centrobenenzon.it.